A quarantaquattro anni dall’assassinio per mano mafiosa del maresciallo della Polizia penitenziaria Antonino Burrafato, il Comune di Caccamo gli dedicherà una strada. La cerimonia di intitolazione si terrà il prossimo 29 giugno, data dell’eccidio, e rappresenterà il momento conclusivo di una giornata interamente dedicata alla memoria del servitore dello Stato. L’iniziativa, promossa dall’Amministrazione comunale guidata dal sindaco Franco Fiore e condivisa con la famiglia Burrafato, si inserisce nel percorso di valorizzazione della memoria delle vittime di mafia e del lavoro, talvolta sottovalutato, della Polizia Penitenziaria.
Le commemorazioni prenderanno il via alle ore 9.30 con una celebrazione religiosa all’interno della casa circondariale di Termini Imerese, istituto che porta il nome del maresciallo Burrafato. Un momento di raccoglimento che si svolgerà proprio nel luogo simbolo del suo servizio allo Stato. In serata, a Caccamo, si terrà invece la cerimonia ufficiale di intitolazione di una via extraurbana dedicata ad Antonino Burrafato. L’evento darà attuazione all’impegno assunto pubblicamente dal sindaco Franco Fiore nel corso di una iniziativa dell’anno scorso sulle vittime del dovere ospitata al Teatro Eden di Termini Imerese.
«L’intitolazione di una via non rappresenta soltanto un atto formale – dichiara Totò Burrafato, figlio del maresciallo ucciso dalla mafia – ma un segno destinato a restare. Significa consegnare un nome alla vita quotidiana di una comunità, renderlo visibile e riconoscibile, capace di parlare anche alle nuove generazioni».
Antonino Burrafato lavorava presso l’ufficio matricola della Casa circondariale dei Cavallacci di Termini Imerese. Era il 29 giugno del 1982 quando fu bloccato da un commando di quattro uomini a poche decine di metri dal carcere. Il Vicebrigadiere, raggiunto da più colpi di arma di fuoco, morì poco dopo all’ospedale Cimino di Termini Imerese. Anni dopo il pentito, Salvatore Cocuzza, rivelò di essere stato lui stesso parte del gruppo di fuoco e che, quanto accaduto era stato per scelta e volontà del boss Leoluca Bagarella, cognato di Totò Riina e la sua colpa era stata aver applicato il regolamento carcerario al boss.





